musica&spettacolo | Sarà pure che mi ci sono ritrovata dentro....sin da quand'ero piccola mia madre infatti si è sempre molto
più preoccupata di lasciare che il mio occhio puerile spaziasse all'interno delle tele, che in tempi lontani
quelli della
Palermo colta era solita esporre in Galleria (La Tavolozza), piuttosto che costringermi dentro
profili comportamentali stereotipati, che forse avrebbero determinato un approccio diverso alle cose,
danneggiandomi a mio parere; fatto sta che nel tempo sono rimasta sempre piuttosto sensibile e ricettiva
rispetto al concetto stesso dell'
"arte", intesa nella sua accezione più grande.
Io credo che la prima vera forma d'arte sia: l'arte di essere curiosi.
La curiosità esprime ed alimenta l'intelligenza, la capacità di capire, interpretare, decodificare ed
interiorizzare simboli, oggetti, fenomeni e finanche le persone.
Chi è curioso normalmente collabora al suo stesso arricchimento, educando di volta volta sé stesso alla
forma d'arte che più gli appartiene e nella quale meglio si identifica.
Oggi, facendo parte io stessa della globalizzazione o forse meglio degli effetti che la stessa ha determinato,
mi sono soffermata più volte su di un'aspetto che mi ha incuriosito ed intimamente rattristato. Se da una
parte la c.d. globalizzazione ci ha reso come tutti ben sappiamo più vicini perchè uguali, in realtà il divario
culturale che ha prodotto è stato un divario enorme, specie se messi a confronto con la generazione di
alcuni anni fa.
L'omologazione per definizione non credo mi appartenga, ma non sono solita prendere una posizione al solo
fine di criticarne un'altra senza avervi perlomeno ragionato su.
Pensandoci bene infatti, ho ravvisato anche delle grandi utilità nel processo stesso che ha determinato
la globalizzazione; ho trovato per esempio interessante il fatto che in moltissimi casi si sia abbandonata
l'idea frivola di investire parecchi denari per una griffe, per un modello di tendenza, per ciò che fa moda,
e non perchè io stessa non ne subisca al pari di tutti gli altri il fascino, bensì perchè ritengo sia giusto
dopo anni di cecità, che i vestiti tornino ad essere ciò che in realtà sono e cioè degli accessori. In questa
prospettiva inneggio quindi alle catene-franchising, che seppur hanno mortificato il lavoro delle boutique
e della vera sartoria, dall'altra parte hanno il pregio di aver sdoganato il concetto dell'usa & getta. Il capo
d'abbigliamento infatti assume una nuova qualifica: è un diletto ideato, disegnato, lavorato, presentato
al meglio delle sue possibilità ma nel rispetto delle tasche di tutti quanti.
L'omologazione del tessuto
chiamiamola così, dunque non mi dispiace per nulla e risponde a un concetto a mio avviso più intelligente
del vestire la moda. Ciò che invece è stato assolutamente profanato, a seguito della globalizzazione, è
stato il personalissimo gusto del padrone di casa nell'arredare la PROPRIA di casa.
Mi chiedo spesso....e quella dedizione e cura nei dettagli che erano soliti promanare i nostri genitori, la
ricerca del bello e del particolare dove sarà mai finita?
Sarà capitato un po' a tutti quanti, con le dovute eccezioni e senza alcuna qualificazione territoriale perchè
il fenomeno è esteso parimenti dal Nord al Sud, di notare Quante e Quanto si assomiglino le case moderne
dove siamo soliti vivere la ns vita.
Indipendentemente dagli spazi gestiti come uno meglio crede, ciò che trasmette una certa ansietà,
perlomeno a me che troppo spesso non abdico alla logica della funzionalità a discapito dello stile, è come
via via ci si sia appiattiti verso un concetto di uguaglianza che ci rende tutti terribilmente poco interessanti.
Ikea, per citarne una fra tante, ci ha davvero reso la vita più facile, è vero, ma qual è stato il prezzo che
abbiamo dovuto pagare?! Ve lo siete mai chiesto?! A cosa abbiamo dovuto rinunciare?!
Oggetti prodotti su larga scala di tutte le forme e di tutti i colori, mobili assemblati e pronti per l'uso,
lampade salva spazio adatte per ogni occasione, servizi di piatti componibili, divani, sofà, letti matrimoniali,
letti singoli, armadi e credenze...e le pareti? cosa mettere sulle pareti?
Ammesso che ci si ponga il
problema...eccola, la parete è una bella gatta da pelare, è lei infatti che denuncia senza alcuna possibilità
di mistificazione, la povertà intellettuale e culturale della nostra epoca dove tutto si riduce a un fac -simile.
Non una tela, non un quadro, si invece alle stampe: grandi, piccole, a colori, in bianco e nero, strette, lunghe,
non importa il formato l'importante è che non trasmettano alcunchè, che siano seriali e che riproducano
la bella immagine scelta tra mille poster o tra le foto scattate nell'ultimo anno.
E allora ecco che qualcosa ce la siamo persi per strada: la nostra individualità.
Io per deformazione professionale probabilmente mi concentro più su di una parete che su altro, ma le case
spoglie mi fanno una terribile pena e quando dico spoglie mi riferisco più a una sensazione di nudità che di
quantità.
Non so bene, ho l'impressione che anche la casa stessa sia diventata una stazione dove sostare, ma
non anche, un luogo dove vivere d'autenticità: è tutto così finto, il contatto materico con le cose e la loro
perfezione al limite del vero ti suggerisce quest'idea.
Eppure io sono positiva e credo che si possa sempre o quasi sempre rimediare qualora se ne abbia voglia;
non lasciatevi fregare dall'equazione poco danaro = poche occasioni, molto spesso è un'idea fuorviante nella
scelta di molte cose.
Andate nei mercatini a preferenza dei centri commerciali, varcate la soglia di ingresso di un vecchio
antiquario e perdetevi nella storia degli oggetti esposti, approcciatevi tanto al nuovo come al vecchio senza
pregiudizio alcuno, divertitevi nel ricercare qualcosa, prendetevi del tempo, cambiate idea più e più volte
ancora e resistete quanto più possibile al richiamo del facilmente pronto per l'uso.
Non lasciatevi mai sopraffare, perlomeno non del tutto, da ciò che i mercati impongono.
Ritagliate e difendete sempre il vostro spazio e fate in modo che abbia il carattere e la personalità di colui che lo
abita.
Rischiate un po' di più, lasciando che tutto almeno a casa vostra, continui ad avere un volto e un nome:
un'identità.