Muro Rosanero | Brucia, e brucia tanto. Brucia perfino il doppio per chi, come me, non ha mai nascosto di far parte di quella ampia schiera di ex strisciati, molto più ampia di quanto oggi in molti non siano disposti a confessare.
Chi mi conosce dall'infanzia sa quanto fossi molesto nel sostenere le ruberie juventine, e un pizzico del mio cuore ha sempre ammesso essere rimasto bianconero, almeno per quelle lotte che, ahimè, da qualche tempo non coincidevano più con quelle rosanero.
Quel pizzico di cuore, da ieri, si è pietrificato!
C'è del sociologico in quanto successo ieri, quasi una rappresentazione calcistica della consuetudine del potere italiano, sprezzante dei più deboli, incapace di godersi il proprio benessere senza ostentarlo, senza pretendere che sia opulento più che mai, trascendendo in volgarità.
E così non ti basta vincere lo scudetto, devi farlo festeggiando con una vittoria, a costo di fare un morto invece che due feriti (ipse dixit; vero Buffon?), a costo di scatenare reazioni isteriche di una città da sempre amica, che per la prima volta nella storia si è ribellata alla festa altrui. Anche questa una metafora dei tempi che cambiano.
Il dramma dell'Italia, e del suo calcio, è rappresentato proprio da questa arroganza che impedisce a chi ne è caratterizzato di accorgersi dello sconforto, della sofferenza e della rabbia di chi per un sopruso, o per un rigore inventato, perde quel poco che gli basterebbe per accontentarsi: godersi una semplice salvezza in serie A, niente di più.
La ragionevolezza, nemica delle passioni, mi suggerisce di non voler accanirmi contro coloro che, legittimamente, ieri hanno festeggiato anche a Palermo, seppur chiusi in casa stavolta. Non ce l'ho con loro né con chi tifa Milan e in futuro festeggerà, o con chi tifa Inter e continua a festeggiare il suo passato... Va bene così.
A loro dico però una cosa: per quanti scudetti e Champion's potrete festeggiare, mai e poi mai conoscerete il gusto straordinario che può dare l'imponderabile, come il sogno di giocarti una finale di Coppa a Roma o quello di credere di potere disputare un preliminare di Champion's, dopo che per anni hai giocato a Battipaglia. Lo straordinario vi è precluso. Per sempre, come una condanna divina!
Ieri, sia chiaro, abbiamo perso le residue speranze di salvarci; a questo punto sarebbe più che un'impresa: chiamasi miracolo.
Specie se ti accorgi che al decimo rigore contro in 35 partite, tu ne hai calciato solo 1, specie se capisci che da altre parti succede sempre quello che deve succedere, senza che nessuno storca mai il naso...
E alla fine cominci a non arrabbiarti quasi più, arrendendoti, disarmato. Cambi canale e guardi la Premier o la Bundesliga e magari cominci a tifare per il Borussia o il Liverpool.
In quei paesi il calcio ha un altro sapore.
Il calcio, ho detto, è una gran puttana; ma è anche una efficacissima metafora.