Narrativa è | Manuele lanciò limpermeabile sulla poltrona all'ingresso e si chiuse la porta dietro le spalle.
- Monica, sono a casa amore!
Monica era in cucina, davanti al lavello, rinchiusa nel suo angolo. Manuele le strinse le braccia intorno alla vita.
- Come è andata la giornata? - chiese lei.
- Ho trovato un nuovo acquirente per la mansarda di via Libertà.
- La prende?
- Credo di sì.
- Benone e nel mentre insisteva sulle tracce di unto della pentola.
- Tu invece...da sola tutto il giorno? - e con la lingua passava al setaccio dalla nuca alle spalle.
- Ho pulito casa.
-...e ti sono mancato?
Adesso era il turno delle tazzine da caffè.
- Perché non fai una bella doccia calda?
-...vuoi venire con me?
- L'ho appena fatta.
Al ritorno Manuele trovò la tavola apparecchiata e una zuppa di verdure fumante. Cenarono con la televisione accesa, il tintinnio delle posate e i risucchi strozzati.
- Questa zuppa è fantastica.
- Mi fa piacere.
- Dico davvero, è squisita.
- Non è difficile fare una zuppa di legumi.
- Farla così, lo è.
Al telegiornale passavano le immagini della guerra in Siria, poi partì la sigla di X-Factor. Lui odiava Morgan e cambiò canale.
- Ho sentito che stasera danno un poliziesco lo informò.
- Stasera, piuttosto, avrei un altro tipo di voglia... alluse lui.
Monica sorrise e accese una sigaretta.
- Credevo che i polizieschi fossero i tuoi preferiti.
- Infatti lo sono.
- Quello di stasera ha un buon cast.
- Come si chiama?
- Ultimo incontro.
Manuele buttò giù il boccone caldo con un colpo di tosse.
- Ma da quand'è che hai ripreso a fumare? - le chiese.
- Non ho ripreso, lo faccio per passare il tempo.
- Secondo me hai il vizio.
- Non è vero. Mi tengono compagnia.
- I gatti tengono compagnia, non le sigarette.
- Sai cosa voglio dire.
- Monica ti fa male, questo è il punto.
- Ok.
- E poi non mi piace sentire la puzza di fumo mentre siamo a letto.
- Ma se fino ad ora non te ne sei neanche accorto...
- Forse perché sono tre settimane che non lo facciamo!
Lo sguardo di Monica piombò al tappeto. E ci restò per nove secondi. Era azzurro. Placido. Senza troppe fantasie. Due fasce sinusoidi in geometrie frattali. Era lo stesso azzurro che riaffiorava per tutta la casa. Un loft, più che una casa. Camera da letto azzurra con bagno e cabina armadio. Zona giorno con angolo cottura azzurro e tavolo da pranzo adiacente al salotto. Il divano grigio antracite rappresentava l'unico contrasto con la poltrona e il mobiletto di legno per la TV, entrambi rigorosamente azzurri. Non si era mai resa conto di quanto tutto quell'azzurro potesse risultare così tanto intimamente devastante.
- Ho letto in una rivista che fumare riduce i desideri.
- Fumare provoca tante cose.
- Appunto, allora perché lo fai?
Lei prolungò il silenzio.
- Sta iniziando il tuo film.
- Monica ma lo capisci che non me ne fotte niente di 'sto film?
Monica strinse i gomiti lungo fianchi. E si annichilì.
- Scusami, non volevo alzare la voce.
- Non è niente.
- Davvero, non avrei dovuto.
- E' tutto ok.
Poi spense la sigaretta e quella frase cominciò ad infestarle la mente.
- La verità è che mi dispiace vederti così. Iscriviti in palestra, non so, esci con le amiche, datti da fare, stare a casa a fumare tutto il giorno di certo non ti aiuta.
- Non ho molte amiche.
- Allora cercati un altro lavoro.
- Ho spedito curriculum a mezza città ma non mi ha richiamata nessuno. Forse non vado bene.
- Adesso non dire sciocchezze.
Monica si alzò da tavola, iniziò a sparecchiare e si domandò perché Demetrio non l'avesse più aggiunta su Facebook. Manuele rimase al suo posto, con le mani tra i capelli, interrogandosi sulla cosa giusta da fare: portarla fuori e svagarsi un po'? Strapparle i vestiti e sbatterla sul tavolo? Scolarsi insieme una bottiglia di vodka? Giunse alla conclusione che stendersi sul divano grigio con il telefonino nuovo fosse il modo migliore per risolvere il problema.
E intanto, nel mesencefalo di Monica, il fantasma di quella frase continuava a forsennarle le tempie...non me ne fotte niente di quel cazzo di film...mi hai capito?...anzi, mi fa schifo...e anche tu mi fai schifo!...mi fate schifo entrambi. Vai fuori dalla mia vita, sgualdrina. E non farti più vedere! Mai più. Sì, forse era davvero l'ora di darsi una mossa. Realizzò come lui, a differenza sua, fosse sempre così addentro all'umana esistenza. Inserito in un percorso lineare dal punto A al punto B. Mai il minimo segno di calo. Adesso riusciva bene anche nel lavoro e si era regalato una macchina nuova, un orologio costoso, dei vestiti firmati, il cinquantadue pollici 3-D e lei era stata spedita in cantina, con il suo anellino di diamanti. Giunse alla conclusione di non essere fatta per lui. Né per lui, né per tutta Palermo. Anzi, più in generale, per tutto quel mondo abominevole. Le balenarono agli occhi le scene di guerra appena viste al TG. Tutta la povertà e la malattia che invadevano il pianeta. E lei? Niente di tutto questo. Lei, ragazzina viziata, assorta nell'ingigantire problemi inesistenti per attribuire una gravità solenne alle sue giornate. Ecco, si rese conto, era questo che faceva. Esasperare ogni cosa al punto tale da poterla subire e subordinarsi ed essa fino a sentirsene totalmente schiacciata. C'è chi dice che un sistema in perfetto equilibrio, soggetto ad una forza esterna, produca l'effetto di aumentare il risultato della forza stessa. Non di ritornare in equilibrio, ma piuttosto di sprofondare dallaltro lato. Ed era questo che voleva. Andare giù fino a soffocare. Sentirsi dominata. Demolita dalla severità di un padre. Schiacciata dalla durezza di un uomo. Stare al fianco di un giovane talento non rappresentava per lei nessun motivo d'orgoglio. Presuntuoso e infantile. Ecco cos'era. Manuele il perfetto era il pugno invisibile che, prima o poi, lavrebbe messa definitivamente al tappeto.
Manuele il perfetto, che in quel momento si sentiva a pezzi. Con la testa gonfia di tutte le parole spese a convincere quella coppia di imbranati che il quadrivani dietro il Massimo fosse fatto su misura per loro. E che adesso voleva godersi il meritato riposo. Mollare un po' e giocherellare con il telefonino. Studiarne le funzioni. Aggiornarne la rubrica. Trovare un desktop che lo identificasse nelle sue scelte come uomo e professionista. Lui che era sinceramente dispiaciuto di vedere Monica tanto infelice, ma sapeva che, in quel momento, non cera niente che potesse fare. Solo mettersi da parte ed aspettare. Poteva farlo. Poteva dedicarsi alle sue cose. Inventare qualche frase brillante da utilizzare lindomani con un acquirente poco interessato. Per lui in quel periodo era tutto facile. Ogni cosa secondo programma. In fondo la vita è questo, si rese conto: un buon lavoro, una donna che ami, un amico con cui fare sport e qualcuno che si ricordi degli auguri per il compleanno. E un paio di bei polizieschi. Questo lo faceva stare bene. Non gli serviva altro. Perché se c'è una cosa che veramente conta nella vita, è questo: stare bene. Stare bene. Stare bene. Stare bene e nientaltro. Bisogna sempre stare bene. Devi sempre stare bene.
(Continua...)