Narrativa è | Duole dirlo, ma certe volte i locali più belli di Palermo sono quelli che ti fanno dimenticare di
essere a Palermo.
L'enoteca Butticè è uno di questi. Una momentanea migrazione nella Toscana dei
vini pregiati, accompagnata dalla bontempona ospitalità romagnola, con un retrogusto di mondanità
milanese, imbevuto in un soffuso intellettualismo parigino. Forse una serata da Butticè si potrebbe
davvero considerare come un viaggio in surrogato, o al contrario, Butticè non ti porta proprio da
nessuna parte, molto più semplicemente, ti fa sentire a casa.
Dal giorno dell'inaugurazione Butticè non smette di confezionare cene e aperitivi, trasformandosi
fin da subito nel principale riferimento post-lavorativo di un numero sempre crescente di fedelissimi
estimatori. Situato a Piazza San Francesco di Paola, a pochi passi da Villa Filippina, il locale è un
trittico di salottini piccoli e densi, con le pareti rivestite da bottiglie di vino e tre vetrate generose
rivolte al florido giardino che investe la piazza. I tavolini, antiche macchine da cucire ristrutturate e
riadattate, si possono contare sulle dita di una mano, prendendo una chiara posizione nella filosofica
disputa tra intimità e appariscenza, tra qualità e quantità.
Sul tetto del primo salottino regna sovrana
una stravagante bicicletta surrealista di ispirazione carrolliana, progettata e realizzata da Gaetano
Sampino. Gaetano, uno dei soci, è il prolifico chef del locale. Capelli neri sbrigliati sulle spalle,
divisa bianca con bottoni variopinti, artista gastronomico della goliardia butticelliana, Gaetano è
una pecora nera che non si ostenta, una persona normale della quale è impossibile scordarsi. Alla
cassa c'è Mariagrazia, la sua compagna, i cui modi posati e riflessivi hanno reso la confidente
naturale per tutti gli avventori bisognosi di chiacchiere. Il reparto enologico è invece affidato alle
sapienti papille del socio Salvo, che al granitico sguardo cobaltico deve gran parte del suo successo
con uno stuolo di clientela femminile. Interprete attento di ogni tipo di palato, il suo numero più
celebre è la funambolica sciabolata dello champagne. Ma lungi da me voler svelare la sorpresa.
Terza e ultima (non per importanza) socia del locale, è Ivana, seducente intrattenitrice dal fascino
etnico, motorino delizioso e perpetuo di cultura filantropica-letteraria. Al gruppo si accompagna
infine un viavai di collaboratori instancabili come Manfredi, massiccio tuttofare, Giusy, incantevole
impenitente giramondo, e Tiziana, colonna portante del locale già dal primo giorno che, adesso, le
esigenze personali hanno suo malgrado costretta al trasferimento.
Se durante i gelidi inverni è piacevole stringersi nel calore intimo dei salotti interni, la proibitiva
temperatura estiva costringe ad un esodo massivo in direzione marciapiede, dove i rituali rossi da
meditazione lasciano spazio a i più irriverenti bianchi ghiacciati. Ospiti immancabili restano i
caratteristici paninetti condimento fantasia, marchio di fabbrica di chef Gaetano, tra cui quello al
limone, chicca imprevista e semi sconosciuta. Accomodata lì fuori dove capita, tra sgabelli e
motorini, la clientela è caratterizzata da una varietà stilistica e generazionale che potrebbe
rispecchiare l'inarrestabile declino del bipolarismo manicheo. A voler tagliare fuori gli universitari
più giovani, ancora imbottiti dalla atavica disputa comunisti contro fascisti, Butticè accoglie
indistintamente tanto gli esuli politici del degrado mancino di Vucciria e Ballarò, quanto gli esodati
redenti dei destrorsi Tribeca e Berlin. La stessa conseguente eterogeneità si respira negli argomenti
di conversazione, e per quanto il caldo rovente vorrebbe uniformarli verso le agognate ferie estive,
non manca chi affonda la mano su tematiche più astruse. Mentre qualcuno spiega che la Sicilia
offre, per le vacanze, una vasta gamma di scelta, Pantelleria piuttosto che Favignana piuttosto che
Lipari, qualcun altro spiega che la forma piuttosto che, è uno dei più orribili strafalcioni
grammaticali degli ultimi tempi. Sotto le mentite spoglie di una sofisticata raffinatezza linguistica,
spiegano, l'avverbio piuttosto seguito da un che non è in nessun modo sostituibile al
disgiuntivo oppure. Una frase corretta potrebbe essere: Andrei a Pantelleria piuttosto che a
Favignana, ma con l'intento di imprimere una forte indicazione di preferenza per la prima
destinazione.
E mentre la conversazione si infervora, senza che nessuno se ne accorge, è già calata
la sera. Butticè si illumina di luci fresche e nell'aria soffia una brezza che porta con sé del jazz
inebriato. Così ti siedi su uno sgabello, sorseggi dal calice bianco, lanci uno sguardo al parco di
fronte e ti rendi conto che, in fondo in fondo, anche a Palermo si può stare bene. E poco importa se
non siamo nella Toscana dei vini pregiati o nella Romagna ospitale e bontempona, nella mondana
Milano o nella Parigi intellettuale. Siamo a casa nostra, e duole dirlo, ma certe volte i locali più belli
di Palermo sono quelli che ti riconciliano con l'intera Palermo.
L'enoteca Butticè è uno di questi.