Narrativa è | Con il calare della sera, mentre l'arena Parco Nord di Bologna si trasforma in un coacervo di
fan deliranti che si elevano a potenza minuto dopo minuto fino a toccare l'astronomica quota di
quindicimila e passa (sembra di essere a un concerto di Madonna!) noi, in piedi nei pressi del
palco dalle quattro e mezza, passiamo il tempo a commentare i dischi (soprassedendo su Ep, lavori
solisti, b-side e consimili...) che hanno fatto di questa incredibile band il gruppo di più influente e
rivoluzionario degli ultimi vent'anni.
Gli album - PABLO HONEY (1993): L'esordio, un funambolico rock-grunge dopaminergico e allegro, nella misura
in cui il termine allegro potrà mai essere accostato a questa band. Il genio di Thom Yorke e
compagni è già percepibile, seppur in modo ancora latente, e trova la sua massima espressione nella
monumentale Creep che restituirà al gruppo una fama immediata. [voto: 7.8]
THE BENDS (1995): Accusati di essere l'ennesima one-hit wonder, i Radiohead rispondono con un
caleidoscopico rock-pop di dodici potenziali singoli tutti diversi ma collegati con maestria, in cui
ogni ascoltatore si può identificare nel suo proprio pezzo preferito. Sublime, potente e ricolmo di
moderno sturm und drung, il disco porta il quintetto di Oxford nell'olimpo del rock. [voto: 8.5]
OK OMPUTER (1997): La rivoluzione mondiale. Il cerchio perfetto. Un'opera pinkfloydiana, neo-
yunghiana e apotropaica sulla disperata alienazione dell'uomo moderno al cospetto delle dittature
orwelliane dei mercati finanziari. Se non avete mai ascoltato questo disco, non scaricatelo da
internet, correte a comprarlo. Subito. [voto: 9.7]
KID A (2000): Non appena, durante il primo ascolto, senti un organo traslucido metallizzato,
increspato da una voce elettronica balbuziata dalla quale si eleva l'annuncio messianico: ogni
cosa è al proprio posto, ti viene solo di rispondergli al proprio posto il cazzo!. Così ti domandi
dove siano finite tutte le chitarrine, gli xilofoni, i campanellini e butti via tutto in un cassetto. Una
settimana dopo pensi che forse sei stato un po' troppo avventato. Un mese dopo non riesci più
smettere di ascoltarlo. [voto: 9.3]
AMNESIAC (2001): Il fratello gemello di KID A in principio sarebbe dovuto essere siamese ed uscire
in un doppio da metafisica. Ma anche distanziati di un anno, il tema non cambia. Passeggiate
oniriche per pianeti iper-spaziali di suoni extraterresti devastati dall'apocalisse, che mettono in
discussione tutto quello che pensavi di sapere sulle cose, sul mondo, e su te stesso. I Radiohead
non sono umani. E forse nessuno di noi lo è. Ancora un più spinto. Più elitario. Più criptico. Per
pochissimi. [voto: 9.4]
HEIL TO THE THIEF (2003): La chiave di lettura di questo disco è tutta da ricondurre ad un preciso
avvenimento: Thom York è diventato padre. E deve prendersi cura di suo figlio. I Radiohead
ritornano sul pianeta Terra e sfornano il più normale dei loro album. Non brutto, attenzione. Neanche
bello. Molto comprensibile. Commerciale a tal punto da trasformarli nel più grosso fenomeno
musicale del mondo. L'album preferito di chi, dei Radiohead, non ne capisce poi un granché. [voto:
7.3]
IN RAINBOWS (2007): Sulla Terra, va bene, ma almeno in cima a un arcobaleno! Ormai i Radiohead
hanno vinto, e giusto per togliersi lo sfizio di stupire ancora, il disco esce da un giorno all'altro,
senza alcuna anticipazione pubblicitaria, e, udite udite, scaricabile on-line con offerta libera
direttamente sul sito della band. E comunque, l'album, è bello. [voto: 8.2]
KINGS OF LIMBS (2011): Un disco, un perché. Breve, embrionico, dicotomizzato. Ma arrivati a questo
punto ai Radiohead basterebbe anche uno sbadiglio per far urlare il mondo al miracolo. [voto: 6.6]
Attesa interminabile, poi l'ingresso e il boato - Tutti ammassati come sardine in una scatola schiacciata, e già stremati da un'interminabile attesa,
l'arrivo dei Radiohead sul palco viene accolto come l'ingresso di Gesù a Gerusalemme. Da copione
attacca subito LOTUS FLOWER, loro ultimo singolo, e sebbene già dalle prime note sia vero show,
qualcuno insinua che, c'è uno spazio vuoto nel mio cuore, i Radiohead di dieci anni fa non si
sarebbero mai sognati di dirlo. Conclusa un'interminabile ondata di applausi la band passa in
rassegna le tracce di apertura degli ultimi due album, le tribaleggianti BLOOM e 15 STEP, ma il primo
vero pulpito di magia arriva alla quarta canzone, LUCKY, eseguita con tale poeticità da convincere
davvero tutti che lui è lanciato, questa volta è lanciato. Ma forse no. L'inaspettata KID A successiva
è una scelta troppo spiazzante per andare a segno, specie se poi viene seguita da MORNING MR.
MAGPIE, probabilmente una delle canzoni più brutte del repertorio ultra ventennale radioheadiano.
Per fortuna arriva la fiaba THERE THERE a riportare su morale ed entusiasmo, ma come profetizzato
dal testo, l'incidente è in attesa di verificarsi. Già che siamo in tema Heil To The Thief, si prosegue
con la labirintica THE GLOAMING, che quanto meno, con un giro di basso da urlo, ha il merito di
aizzare l'ormai celeberrima danza epilettica di Yorke. SEPARATOR, la luminosa uscita di Kings Of
Limbs, spezza la scaletta e apre i cancelli ai fedeli nostalgici con una gradita tripletta: PYRAMID
SONG, da brividi nonostante un esecuzione non millimetrica, YOU AND WHOSE ARMY, durante la
quale Yorke si dimentica il testo e comincia a colpirsi con violenza la testa (a fine canzone di
scuserà con il pubblico che omaggerà un divertito applauso), e I MIGHT BE WRONG, epocale colonna
sonora del film Vanilla Sky, che forse resterà il pezzo più riuscito del concerto. Urla e furore, come
direbbe Shakespeare. Non contenti dei ricordi poi, le Testediradio pescheranno ancora più indietro,
ai tempi di The Bends, dove ahimè sceglieranno il pezzo meno brillante ma più in linea con i sound
moderni, PLANET TELEX, così da aprirsi la via per l'accoppiata cacofonica FERAL / LITTLE BY LITTLE.
Ok, si sente il bisogno di una pausa, che per fortuna però viene anticipata da una salvifica IDIOTEQUE,
non perfetta, ma sempre travolgente.
I cinque escono dal palco, il pubblico è ancora stravolto
dall'iper-ballo da era glaciale ma il sentore è che questo non verrà ricordato come il loro miglior
concerto della storia (non scordiamoci però che il loro tour, già rimandato a causa della tragedia
canadese, ha appena finito di circumnavigare mezzo mondo e un po' di stanchezza è più che
comprensibile). Neanche il tempo di una sigaretta, che da bravi amici del liceo, Yorke e Greenwood
tornano da soli sul palco e intrattengono il pubblico con il duetto folkeggiante GIVE UP THE GHOST.
Le cose sembrano rimettersi in carreggiata, ma come dicevamo, l'incidente è in attesa di verificarsi.
La scaletta a questo punto prevedeva AIRBAG, loro dirottano su uno dei capisaldi di OK Computer:
EXIT MUSIC FOR A FILM. Il solo chitarra e voce di Yorke della prima metà della canzone è da infarto,
sia precisione che per intensità. Forse è il pezzo che ripaga l'intero prezzo del biglietto. Ma dopo
aver cantato, anzi invocato in preghiera, respira, continua a respirare, non perdere i nervi, respira
continua a respirare, non posso farcela da solo, si interrompe bruscamente, si volta verso
Greenwood, e sbotta: Jonny il tuo fottuto synth è scordato (o qualcosa di molto simile). Cala il
gelo. Jonny non è d'accordo ma continua a suonare. Effettivamente nessuno si era accorto di niente.
Nessun altro al di fuori di Yorke. Forse c'è del personale. La canzone riprende come nulla fosse ma
oramai l'incantesimo è spezzato. Alla fine del pezzo Jonny lascerà il palco tra gli applausi
consolatori del pubblico, ma lui sa di non aver nulla da farsi perdonare. Tutto il resto del concerto
risentirà dell'accaduto. Jonni salta la successiva THE DAILY MAIL che viene suonata sciattamente,
ritorna per MYXOMATOSIS scritta da lui stesso, ma non trova il giusto impatto e nota più dolente,
perfino PARANOID ANDROID, forse il loro capolavoro più noto, viene interpretata (almeno per le
orecchie avvezze e rispetto ai loro standard) in modo asettico e scolastico. E' tempo di una seconda
pausa, prima di concludere con HOUSE OF CARD ben eseguita, RECKONER, nuovamente senza Jonny
(e si sente!), e rituale conclusione con EVERYTHING IN ITS RIGHT PLACE.
Chi è tutta questa gente a casa nostra Thom? - Ma al di là di un concerto non all'altezza dei loro livelli, che ci può anche stare, sono tanti gli aspetti
che lasciano perplessi i fan ultra-decennali della band. In primis la scelta della location: vero che il
concerto si sarebbe dovuto tenere a Piazza Maggiore, e che quello di Udine si teneva in una castello
regale, ma dove è finita l'Arena di Verona, la Piazza Santa Croce, la Villa Reale di Monza? E come
mettere a paragone il tour del 2004 nell'atrio del Palazzo degli Estensi di Ferrara davanti a non
più di tremila intimi fedeli? Per quei tremila presenti perle sconosciute al grande pubblico come
PUNCHDRUNK LOVESICK SINGALONG, LOZANGE OF LOVE, YOU NEVER WASH UP AFTER YOURSELF,
non erano rock, erano un credo! E quanti dei quindicimila presenti oggi a Bologna ne hanno mai
sentito parlare? I Radiohead erano un gruppo di depressi per gente paranoica. Essere appassionato
di Radiohead era quasi una vergogna. Un'ammissione di debolezza. Ci si fiutava l'un con l'altro,
a distanza, come tossicodipendenti, e ci si domandava anche tu?, con pudicizia, e solidarietà, sì,
anche io, e calava il silenzio. Sono sicuro ne uscirai. E adesso chi è tutta questa gente a casa
nostra Thom? Chi ne è stato di noi? Did you lie to us, Thom? We thought you were different.
Now you know we're not so sure. Ti abbiamo seguito e adesso ci sentiamo traditi. E usurpati! E
d'accordo, sebbene non vi siate mai davvero piegati alle logiche delle masse, avete permesso alle
masse di piegarsi alle vostre illogicità. Apri gli occhi Thom, siete diventati più importanti del
vostro messaggio. Ormai che sei finalmente libero da tutto il peso che stavi portando, forse è anche
arrivato il tempo di separarci. Siete come la fidanzata delle medie che a liceo ti lascia per il ragazzo
più grande con la macchina. Siete come la nuova chiesa Cattolica, nata per gli afflitti e diventata
covo di ipocriti perbenisti. ELI, ELI, LAMMÀ SABACTANI? We hope, that you choke.