Narrativa è | Mentre un incendio dantesco manda a fuoco Monte Cuccio, in una notte di caldo infero Palermo volge gli occhi al cielo per rendere omaggio alla divina patrona, Santa Rosalia.
Già dalle venti, con il primo calare della sera, ogni nanometro di Corso Vittorio è rivestito da una massa umana di carne inerme. Il muro corporeo è invalicabile. Ventagli che sventagliano per aria respiri appestati. Litri d'acqua ingozzati e sudati. Richieste di permesso non accolte. Insistenze rigettate. Affannamenti, spinte improduttive, strattoni aridi. Ma non sarebbe stato meglio tenerci la peste? Ci troviamo in un cerchio dell'Inferno che Dante si è scordato di scrivere. Ma quale? Ripasso a mente i sette peccati capitali. Il primo fistino dell'ennesima gestione Orlando è dedicata, sì, alla gente comune , ma anche all'integrazione. Un elefante in polistirolo di dimensioni naturali, agghindato con tuniche indiane, è il simbolo della comunione sociale/religiosa con lo srilankese popolo dei Tamil, fedele devotissimo della nostra patrona. Pochi metri più indietro, pronto a salpare le acque di questo urbico Stige popolare, svetta trionfale il Carro, che su progetto di Renzo Milan, per la trecentottantottesima edizione assume le sembianze di un iconografico vascello a quattro ruote. Il vascello, sospinto dai ragazzi di Addiopizzo in panama bianco, condurrà al Foro Italico una Santa Rosalia ancora coperta dal velo e una delegazione di eroi normali della guerra quotidiana. E tra la gente non tarda a partire il toto-scommesse. Chi saranno quelle persone sul carro? Il più riconosciuto è Vincenzo Agostino, la cui lunga barba bianca, a voler proprio escludere Mosè, lascia pochi margini di fraintendimento. Qualcuno sostiene di aver visto Biagio Conte. Altri indicano la figlia di Danilo Dolci. Di mezzo ci sarebbe anche qualche immigrato e alcuni esponenti delle forze armate.
Nessuno però riesce a stilare una lista definitiva. Verso le nove, il prospetto della Cattedrale viene illuminato di blu e di rosa e sulle note dell'orchestra del teatro Bellini, sul palco si esibisce il corpo di ballo di Davide Padiglione. A seguire, sul frontone della chiesa, viene proiettato un video di Mimmo Cuticchio che infervora la folla con un'esibizione poetica comprensibile unicamente dai più navigati conoscitori dell'idioma siculo. Alle nove e trenta, a dare il via allo sbarco del vascello è il neo-vecchio-sindaco Leoluca Orlando, accolto dal plauso persistente e fiducioso del suo elettorato. Rimossa l'ancora e sciolti gli ormeggi, Santa Rosalia viene liberata dal suo velo e trentamila teste si voltano all'unisono nella stessa direzione. Ne viene fuori una statua bianca e minimale, insospettabilmente anti-kitsch, anzi pregna di decorosa fierezza. Procedendo con regale cautela, dalla poppa del battello la Santa accoglie le preghiere del suo popolo restituendo loro, l'uno dopo l'altro, grazia e beatitudine fino a i quattro canti. Arrivata all'incrocio si ferma e in un ipnotico gioco di luci riflesse, dal cielo nero cominciano a piovere petali di rosa. Ed è una sorpresa davvero suggestiva. Come tutti, resto imbambolato e mentre chiudo gli occhi torno a chiedermi che forma abbia assunto, oggi, quella epidemia di peste da cui, quattrocento anni or sono, Santa Rosalia ci liberò con il più celebre dei suoi miracoli.
Qual è il peccato capitale che investe, oggi, la nostra città?
- Avarizia: In un certo senso, ma come scalzare un primato che da sempre spetta ai genovesi?
- Lussuria: Forse, ma i bolognesi (e le bolognesi) sono ancora troppo avanti.
- Gola: Senza dubbio, se ci trovassimo a Napoli.
- Accidia: Molto probabile, tuttavia un popolo davvero accidioso, sarebbe riuscito a tenere sotto scacco malavitoso un'intera nazione per tutti questi anni?
- Superbia: Ah sì, a tonnellate, ma non siamo certo a Milano.
- Ira: D'accordo, sfido chiunque a restare calmo chiuso in macchina nel traffico di via Libertà. Ma dopo tutto quello che la città ha passato, non dovrebbe come minimo essere furibonda? E invece.
- Invidia: Avrei giurato fosse questo, eppure è impossibile non assecondare l'opinione di Dante su Firenze secondo cui la tua città è piena d'invidia sí che già trabocca il sacco. Allorché si tratterebbe ancora di un secondo posto. Ma allora, qual è il vero peccato di Palermo? A mio parere l'assoggettabilità: Una propensione incontrollabile a farsi dominare. Un'indole imbattibile a non far mai di testa propria. La gioia di riscoprirsi mediocre. La paura mascherata da scaltrezza. La dipendenza dai favoritismi del più forte. Il puntuale inginocchiarsi ai capetti di turno.